Addio telegrammi: la Francia ha detto “stop”

Fine (o quasi) dei messaggi inventati da Morse, ma in Italia sopravvivono

Sinceramente addolorati uniamoci dolore cugini francesi per morte amato telegramma. Stop.

Stop. Il telegramma è morto davvero. D’accordo, era gravemente ammalato da molti anni. Ma adesso è rimorto senza possibili resurrezioni. La Francia lo ha seppellito lo scorso 30 aprile. La cerimonia è consistita in un ultimo messaggio nell’ultimo istante dell’ultimo giorno di aprile da Orange, l’operatore transalpino delle telecomunicazioni. Un messaggio simbolico. L’ultimo invio vero è stato fatto da un irriducibile cliente alle ore 21,05 dello stesso giorno: manco a dirlo un messaggio di condoglianze. Unico sottogenere sopravvissuto nel declino di un mezzo di comunicazione un tempo perfetto per comunicazioni ufficiali e vagamente solenni. Strano destino quello del telegramma. Sulla sua lapide verrà battuto il seguente testo: morto dopo essere sopravvissuto grazie alla morte.

Il telegramma è defunto per consunzione dopo 139 anni (il primo servizio in Francia fu istituito nel 1879). Il numero di quelli inviati nell’Esagono era in drammatico calo. Nel 2017 ne erano stati spediti 38mila, poco più di cento al giorno, con un calo del 35 per cento rispetto all’anno precedente. E il crollo era proseguito: da gennaio ad aprile 2018 ne erano stati dettati appena 6mila, con una proiezione che se l’agonia del telegramma fosse proseguita non avrebbe toccato quota 20mila.

In Francia il telegramma è morto. Rip. L’eutanasia era stata già disposta negli Stati Uniti e anche in India. In Italia la spina non è stata ancora staccata, pure se al suo capezzale da tempo non si avvista nessuno. Il servizio, gestito da Poste Italiane, si è pure modernizzato. Il telegramma può essere dettato al 186, inviato online sul sito poste.it o sull’applicazione, o direttamente in ufficio postale. Un telegramma nazionale entro le 20 parole costa 5 euro e 20 centesimi, fino alle 50 parole 8 euro tondi, chi invece detta la sua biografia e abbisogna di 500 parole deve sborsare 46,49 euro. Consegna entro 24 ore.

Vita gloriosa quella del telegramma, nato nel 1844 grazie all’idea di Samuel Morse di scambiare messaggi in codice (detto appunto Morse e basato su stringhe di punti e linee) attraverso un sistema elettrico che utilizza un filo per inviare impulsi. Il 28 maggio di quell’anno, dopo che Morse ha brevettato l’invenzione e ottenuto l’approvazione del governo americano, inviò il primo telegramma da Washington a Baltimora. Leggenda vuole che il testo fosse una citazione biblica in un inglese antiquato: «What Hath God Wrought!» Ovvero: cosa ha creato Dio!

Da quel momento il telegramma ha avuto una vita gloriosa. Per decenni, dopo che il mondo fu intessuto di cavi elettrici, fu il principale mezzo di comunicazione alternativo alla posta tradizionale, penalizzata da mezzi di trasporto lenti e strade sconnesse. A sua volta iniziò a entrare in crisi quando, nel secondo dopoguerra, il telefono uscì dalla sua fase pionieristica e si diffuse in tutte le case. Ma ancora fino agli anni Settanta e Ottanta c’erano casi in cui il suo uso era d’obbligo: concorsi, morti, lauree, nascite, comunicazioni ufficiali. Poi l’avvento di internet e in un secondo momento quello della posta elettronica (vieppiù certificata) ha condannato all’estinzione il foglietto grigio spiegazzato.

Una cosa gli sopravviverà. Quel linguaggio da automa che è quanto di più antiletterario possa esistere. perfino Shakespeare sarebbe stato noioso se avesse scritto le sue tragedie in codice Morse. Colpa del costo di ogni singola parola che spingeva a evitare articoli e preposizioni e ad appiccicare i pronomi, creando mostri sdruccioli e bisdruccioli come «giùngavi» e «esprìmoti» e «comùnicoti». Il telegramma è morto, viva il telegramma. Ma anche no.

(IL GIORNALE pag. 1+17 · 04-05-2018)